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venerdì 4 settembre 2015

Alzheimer Café Lissone 2015-2016 - Inaugurazione

Nuovo anno di Alzheimer Café a Lissone, e inaugurazione con convegno e grande festa in piazza. Sabato 19 settembre, in Piazza Libertà a Lissone.
Nel volantino qui sotto tutte le informazioni di dettaglio.




mercoledì 17 settembre 2014

Inaugurazione del terzo anno dell'Alzheimer Cafè di Lissone

Sabato 20 e domenica 21 si inaugura a Lissone (MB) in Piazza IV Novembre, il terzo anno della bellissima iniziativa chiamata Alzheimer Café in collaborazione, tra le altre, con l'Associazione Ricerca Alzheimer di Lissone con cui ho la fortuna di lavorare da tempo.
Sabato pomeriggio dopo le ore 15, come puoi vedere nel programma qui sotto, sarò presente per parlare del lavoro con la musicoterapia e coordinare un piccolo laboratorio di Drum Circle aperto a tutti. Sarà una festa. E sorrideremo insieme, nonostante tutte le difficoltà che malattie debilitanti come l'Alzheimer comportano. Vi aspetto.

Seguono alcune delle foto del mio lavoro in ambito Alzheimer che si potranno vedere in esposizione a Lissone.










martedì 16 aprile 2013

Il fiore di Adalgisa

Oggi, al termine del lavoro con Adalgisa, presso l'R.S.A. Agostoni di Lissone.
Un fiore, simbolo del passaggio dalla rabbia alla bellezza.


giovedì 27 settembre 2012

La cura della persona con demenza - Breve riflessione

Ieri ho partecipato come relatore al Workshop La cura della persona con demenza organizzato dall'Asl di Monza e Brianza. Mezza giornata molto interessante, anche se troppo compressa. Tanti gli interventi vitali, poco il tempo a disposizione. Nell'attesa del mio intervento, verso metà mattina, ho osservato nuovamente le infinite possibilità che le parole offrono, i limiti e le potenzialità della comunicazione umana, in un rituale piuttosto consolidato come un convegno. Le parole, in effetti, sono interessanti: il convegno è stato introdotto da una "lectio magistralis"; il mio intervento era all'interno di una "tavola rotonda". Rituali, appunto, che sento un po' vuoti, come contenitori. Sarebbe interessante impostare futuri convegni secondo nuovi paradigmi.
Ciò detto, molti interventi sono stati ricchi e pieni di spunti, in particolare per il sottoscritto che si è avvicinato al mondo della cura delle persone affette da demenza solo da un paio d'anni.
Per quanto riguarda il mio intervento, avevo in programma di presentare sei brevi filmati in sequenza del lavoro con una paziente, Lucia, che rappresentano bene il senso dello sviluppo circolare del lavoro in musicoterapia olistica. Uno sviluppo che non è uno sviluppo, insomma, all'insegna di quella presenza nel qui e ora che è il senso stesso della nostra vita. Il poco tempo a disposizione mi ha impedito di farlo, ma riporto qui sotto per intero la presentazione che avevo preparato. Potrebbe dare un'idea del filo del discorso. Per i filmati di Lucia, invece, valuterò prossimamente se mi sarà possibile pubblicarli. Intanto, devo ancora concludere (?!) la storia di Francesca.
Un ultimo pensiero prima delle slide. Un ottimo spunto per i relatori compressi dal poco tempo, potrebbe arrivare da un insegnamento del Buddha (da i Discorsi di Gotamo il Buddho del Majjhimanikayo, ed. Laterza, 1916), che riporto: 
È possibile, fratello, che ad un monaco venga in mente: “Se i monaci vanno in giardino, dev’essere solo affar mio e non di altri, esporre la dottrina”. È possibile invece, fratello, che un altro monaco spieghi la dottrina ai monaci raccolto nel giardino, non lui. Allora egli s’amareggia e s’adira: “Un altro spiega la dottrina ai monaci, non io!” Quest’amarezza, fratello, e quest’ira: entrambe son colpa.



Presentazione "Armonia e Vita", esperienze di musicoterapia olistica nel nucleo Alzheimer dell'R.S.A. Agostoni di Lissone" (cliccare per ingrandire):

 











mercoledì 26 settembre 2012

La cura della persona con demenza - Workshop a Monza

L'Associazione Ricerca Alzheimer di Lissone e il sottoscritto sono stati invitati a un  workshop organizzato dall'Asl di Monza e Brianza e Regione Lombardia, che si terrà mercoledì 26 settembre dalle 9 alle 13 presso l'auditorium della Asl di Monza e Brianza di viale Elvezia 2 a Monza.
Il convegno intende presentare alcune delle principali tipologie di intervento non farmacologico nella cura della persona con demenza che vengono realizzate nel territorio di Monza e Brianza.
Io avrò modo di raccontare qualcosa della mia esperienza all'interno dell'R.S.A. Agostoni di Lissone, naturalmente in ambito musicoterapeutico. Ma credo sarà molto interessante ascoltare l'insieme delle proposte e delle esperienze realizzate sul territorio. Sono convinto che il sostegno non farmacologico sia quello che può davvero fare la differenza nel supportare le persone affette da demenza.
Chi volesse partecipare all'incontro, può iscriversi seguendo le indicazioni descritte nel volantino che allego di sotto.




martedì 25 settembre 2012

L'eterno presente della demenza



Uno dei temi che mi piacerebbe condividere domani al workshop sulle cure non farmacologiche alla persona con demenza, riguarda quello che potremmo chiamare l’enigma, il paradosso o l’opportunità dell’Alzheimer. La degenerazione causata dalla malattia dà forma a un presente connotabile come perdita: a causa della perdita del passato (i ricordi) e del futuro (l’incapacità di sviluppare progetti di vita), i pazienti (e i familiari) si ritrovano intrappolati in un eterno presente pieno di angoscia. È il vuoto della perdita, appunto, del poco che resta di sé. Questo è un punto di vista.
Da un altro punto di vista, speculare e complementare, questo diverso rapporto con il tempo presente rappresenta un’opportunità: sul piano umano e spirituale, infatti, il qui e ora è l’unico tempo che davvero è possibile vivere pienamente. Il paziente costretto al presente ha cioè l’opportunità di trovare la pienezza della vita, nelle relazioni e nelle emozioni che il momento presente offre. Si tratta davvero del ribaltamento di un punto di vista.
Secondo molte discipline spirituali, prima tra tutte il buddhismo tradizionale, ritrovarsi nel qui e ora rappresenta la guarigione, la felicità, l’approdo. Non è altro che l’espansione sul piano della coscienza della consapevolezza del presente, in ogni gesto, emozione e azione. Pensiamoci, se potessimo espandere questa attenzione all’infinito, per ogni istante della nostra vita, non esisterebbe davvero altro che il presente.
Alla persona affetta da demenza, dovremmo poter offrire questa grande opportunità. Sviluppare una rete di sostegno tale per cui ogni azione, intervento di supporto, emozione e relazione condivisa, sia un’occasione vitale per dare senso al presente, all’unico tempo che davvero esiste. Accogliere il dolore, trasmettere e condividere gioia, realizzare attività significative e autentiche in ogni istante è l’unico modo possibile per dare sostegno alla persona affetta da demenza. Per questo, la qualità della cura è ancor più fondamentale, in ogni suo passaggio (dal cambiare un pannolone, a uno sguardo, al momento del pranzo, al fare musica), quando invece accade spesso il contrario, perché tanto "i malati non capiscono, dimenticano, ecc."
Se osserviamo da questo punto di vista, riusciamo a capire che il problema vero, importante, della malattia non è l’invecchiamento precoce, ma la sfida che esso pone verso i familiari e chi si prende cura delle persone. Gli operatori tutti, dagli A.S.A. ai medici ai diversi specialisti, dovrebbero prendersi carico di questa responsabilità e sviluppare una diversa consapevolezza. È il compito di vita di ognuno di noi, anche se lo dimentichiamo. E questa malattia tremenda può essere un’enorme campana di consapevolezza.
I medici (a partire da quelli di base) dovrebbero raccogliere questa sfida e spostare l’attenzione verso una cura diversa della persona, che parta dall’opportunità della crescita e del cambiamento personale. È questo, a mio avviso, il vero servizio da dare alle famiglie, per andare oltre il dolore, la paura e l’angoscia. È fondamentale comprendere che la persona con demenza deve essere riconosciuta per le sue capacità e le sue caratteristiche attuali, nel qui e ora, che sono le uniche che davvero contano, e da lì partire per il viaggio del ritorno all’eterno presente. In quest’ottica, decade l’idea della cura come “intrattenimento” (il perdere tempo), in funzione di una cura orientata al dare senso (ritrovare il tempo), nella relazione e in ogni azione quotidiana.
La formazione del personale, secondo un approccio transpersonale e non solo tecnico e di supporto, diventa uno strumento fondamentale e strategico. Di pari passo con un sostengo ai familiari che non sia solo di tipo psicologico, ma anche esistenziale.

giovedì 20 settembre 2012

Alzheimer Café - Inaugurazione a Lissone


L'Associazione Ricerca Alzheimer di Lissone, in collaborazione con altre associazioni del territorio, il 21 settembre 2012 a partire dalle ore 19 inaugura l'Alzheimer Cafè, in Casa Canonica, p.zza Giovanni XXIII a Lissone. A seguire aperitivo e concerto "NINNA NANNE DAL MONDO ROTONDO" presso la Chiesa S. Carlo.
 
L'Alzheimer Cafè è rivolto in particolar modo alle persone colpite che vivono ancora nella propria casa.
E’ un progetto che accompagna le famiglie in un percorso di aiuto, sostegno e conoscenza della malattia di Alzheimer attraverso cicli di incontri, con cadenza mensile, nel corso dei quali diversi esperti tratteranno questa patologia da vari punti di vista in un ambiente conviviale fra un caffè ed una fetta di torta.
Gli operatori professionisti hanno un duplice obiettivo: a) offrire ai malati di Alzheimer, in un contesto protetto,
attività strutturate volte al mantenimento delle capacità personali, relazionali, emotive e sociali degli anziani;
b) offrire alle persone, familiari, care givers dei malati, uno spazio di ascolto e di confronto promuovendo momenti informativi e formativi con personale specializzato nel trattamento della patologia e attraverso il confronto delle reciproche esperienze.
Un modo per non lasciare sole le persone che affrontano questo impegnativo cammino di vita.
Tutti gli incontri si svolgeranno di sabato presso la Sala Polifunzionale in Casa Canonica P.zza Giovanni XXIII, 24 Lissone, dalle 15 alle 17.


Io sarò presente, e collaborerò ad alcuni degli incontri.
Di seguito il volantino con tutte le informazioni.








giovedì 19 luglio 2012

Musicoterapia e Alzheimer - Riflessioni (6)

Leggi la prima parte.
Leggi la seconda parte.
Leggi la terza parte.
Leggi la quarta parte.
Leggi la quinta parte.

La respirazione buccale – aprire un nuovo canale energetico

Francesca tiene normalmente la bocca completamente serrata e in tensione. La apre volontariamente solo per bere e mangiare, pur con qualche difficoltà motoria legata alla forte tensione locale. La bocca chiusa, su un piano simbolico, può essere riportata a due significati diversi ma correlati: repressione della propria aggressività (morderei e urlerei, ma ho paura e quindi sbrano me stessa, tenendo tutto dentro, rimasticando i denti); tentativo di mantenere il controllo sul mondo esterno e sulla propria emotività (sto perdendo il controllo, mi devo aggrappare a qualcosa, serro la bocca).
La tensione ha modificato negli anni l’espressione di Francesca, che si mostra in una chiara curva verso il basso, come nella tipica, stilizzata faccina che indica la tristezza.


l'espressione abituale di Francesca. Notare la curva della bocca e la tensione al collo

La tensione buccale, d’altra parte, è inserita in una complessiva gestalt psico-fisica nella quale paura, rabbia e perdita di controllo sono associati a rigidità dovute alla degenerazione cerebrale.
L’assenza di parola di Francesca si inserisce in questo quadro. La sua chiusura, la sua bocca serrata, la sua decisione inconscia di non lasciar uscire nulla di sé, impongono il silenzio. Ricordiamo, a questo proposito, che tenere la presa, stringere l’osso, sono reazioni molto antiche, sul piano filogenetico, che precedono la possibilità dell’uomo di utilizzare le mani per la manipolazione del mondo. Prima delle mani e della posizione eretta, infatti, era la bocca il principale strumento di prensione, come accade per la maggior parte degli animali. È naturale, inoltre, che stringere coi denti la realtà esterna, impedisce l’articolazione della bocca per poter emettere i suoni e parlare.
A questa forza primitiva, oscura e profonda, si oppone per sua natura la vibrazione del suono. Alla contrazione esistenziale di Francesca, risponde il suono che è distensione, dispersione, armonizzazione, contatto, relazione. Il massaggio sonoro, che è stato compagno di viaggio di Francesca per più di un anno, ha lavorato a livello superficiale (delle tensioni del corpo) e a livello profondo proprio nella direzione del lasciar andare. Lo stesso dicasi, su un piano più espressivo e concreto, in merito al lavoro di dialogo sonoro e di danza-movimento terapia, dove si sono cercate insieme nuove modalità per sostenere e valorizzare le energie residue e la possibilità di Francesca di tornare a esprimersi come un essere umano completo malgrado le fratture provocate dalla dimenticanza e dall’assenza che la malattia degenerativa provoca.
L’intuizione mi ha suggerito, un giorno, di provare a tappare il naso di Francesca con due dita, per portarla a respirare con la bocca, lasciando così andare la tensione. La nuova proposta (una provocazione?!) è stata realizzata con grande cura, verbalizzando quello che stavo facendo, con un contatto morbido e delicato, per quanto deciso. Sorprendentemente, Francesca non ha rifiutato l’occlusione, e in poco tempo ha accettato di aprire la bocca, iniziando a respirare in modo diverso. Nel corso delle terapie successive, abbiamo utilizzato un tappanaso da piscina, che è stato mantenuto (e accettato) per più di un’ora di lavoro.


La bocca che si apre è un nuovo canale energetico (concreto e reale, ma anche simbolico) che si mette in movimento: ritmi respiratori diversi, più profondi e, soprattutto all’inizio, più sincopati, irregolari, con lunghe apnee; sbadigli; progressiva distensione della muscolatura della mascella e, parzialmente, delle spalle; apprendimento e accoglimento di un diverso modo di entrare in relazione con il mondo esterno (prendere e dare l’aria dalla bocca, dalle viscere, passando attraverso le corde vocali); lasciare uscire il proprio alito, dall’odore acido e nauseabondo; progressiva nuova regolarità respiratoria; mollare la presa causata dalla paura; giorno dopo giorno, riduzione del cattivo odore dell’alito.
Uno dei temi che ho sempre sospettato essere collegato al serrare la bocca, come accennato sopra, è quello della rabbia. E ne abbiamo avuto presto una conferma. Francesca ha infatti avuto chiare espressioni di aggressività, modulate attraverso il cambiamento dell’espressione della bocca, della sua curva, e su un piano più attivo, stringendo con forza, in un rapido scatto, le sue mani sulle mie.


appena indossato il tappanaso: la bocca trema, ed emerge chiaramente la rabbia


progressivamente la bocca si rilassa, il respiro si apre allo sbadiglio, la rabbia c'è ancora

L’apertura della bocca, il lasciar andare la presa per poter respirare, per poter continuare a vivere, riportano alla luce quanto viene ingoiato, fanno emergere le emozioni trattenute, nascoste. Quelle positive (l’espressione del viso cambia, e in alcuni casi Francesca accenna un sorriso); quelle negative, come nel caso della rabbia.


Francesca con il tappanaso, al termine di una seduta. Notare il cambiamento di espressione e
della curva della bocca, e la riduzione della tensione del collo (confronta con l'immagine a inizio capitolo)

(fine sesta parte - continua)

mercoledì 18 luglio 2012

Musicoterapia e Alzheimer - Riflessioni (5)

Leggi la prima parte.
Leggi la seconda parte.
Leggi la terza parte.
Leggi la quarta parte.

Dialogo sonoro – comunicazione sonora e movimento

Conclusi i primi sei mesi di lavoro, abbiamo deciso di aprire un nuovo spazio nell’incontro terapeutico. La seduta è stata divise in due parti di durata variabile a seconda delle condizioni specifiche di Francesca giorno dopo giorno. Nella seconda parte si è proseguito ad utilizzare il massaggio sonoro. Nella prima parte, ha avuto inizio una fase di esplorazione musicale basata sulle tecniche principali del dialogo sonoro vero e proprio. Prima attraverso il pianoforte (strumento a lei più familiare), poi con l’uso dei flauti, dei tamburi e di altre percussioni, Francesca e io abbiamo iniziato a comunicare quasi esclusivamente con i suoni, muovendoci nella stanza liberamente, in un setting fisso ma fluido. Francesca ha così potuto far emergere nuove risorse, curiosità e una capacità di concentrazione e di stare nella relazione che sarebbero state inimmaginabili prima di tale lavoro. Farò tre esempi.
Francesca è stata attratta dalla tastiera del pianoforte. Su mia richiesta, ha provato più volte a suonare, schiacciando i tasti del pianoforte per lo più con la mano destra nel registro acuto. Era chiara, forte, la sua voglia di suonare, quanto altrettanto evidente la sua mancanza di energia, i suoi timori e la sua delicatezza. Nella maggior parte dei casi, infatti, Francesca riusciva a schiacciare in autonomia i tasti, ma senza riuscire a emettere alcun suono. L’ho aiutata, facilitando il risultato, suonando insieme mano nella mano. In alcuni casi, lei ha stretto la mia mano, guidandola sui tasti.



Un incontro inatteso è stato quello con il suono dei flauti. In terapia utilizzo normalmente due flauti molto diversi per caratteristiche sonore: un flauto dolce tenore e un flauto bansuri in la. Il primo è caldo, morbido, modulato, perfettamente addomesticato; il secondo è più tonico, ancestrale, aperto. Il flauto dolce è stato usato per primo. In un breve, magico incontro, Francesca ha cercato una vera compenetrazione con me e con il suono. Il filmato che segue mostra la ricchezza di questo incontro, la vitalità del dialogo sonoro in atto.

malgrado la posizione fissa della videocamera tagli le teste, è possibile osservare in modo chiaro
i movimenti delle mani di Francesca. Il suo sguardo, non visibile, era costantemente fisso nel mio

La voce dei flauti è per Francesca un ottimo richiamo al presente, alla relazione, all’incontro con l’altro. Usato in fase di apertura della seduta, favorisce la sintonizzazione e riporta lo sguardo, la mente e il corpo di Francesca nel vivo della relazione terapeutica.

malgrado le teste tagliate, è possibile osservare lo sguardo di francesca
costantemente rivolto verso il mio, e il movimento del bacino, ricco di significati e di energia

I tamburi, infine, sono stati per Francesca uno stimolo efficace al movimento. Il suo passo leggero, lento, quasi impercettibile, ma costante e insofferente, a sostenere un corpo rigido, a volte fuori asse, ha potuto trovato nel suono del tamburo nuova vitalità. Con il tamburo ho accompagnato quel passo attraverso un rispecchiamento preciso ma non schematico, arricchendo in alcune fase il suo movimento. Al ritmo antico del tamburo, Francesca ha accompagnato spesso un bellissimo e fluido movimento del bacino in avanti e indietro (visibile anche nel video precedente con il flauto). Con la collaborazione di una fisioterapista, inoltre, abbiamo stimolato Francesca verso movimenti a lei meno familiari, più dinamici, tonici, rapidi, in direzioni diverse (movimenti circolari, all’indietro) che partissero da un diverso contatto del piede a terra (via le ciabatte, indossate le calze antiscivolo), un po’ temuto, come mostra la foto che segue.

a inizio seduta, il piede, immobile, rimane sollevato da terra, in tensione


Ma infine accolto.

i piedi appoggiati a terra, a metà della seduta

(fine quinta parte - continua)

Musicoterapia e Alzheimer - Riflessioni (4)


Leggi la prima parte.
Leggi la seconda parte.
Leggi la terza parte.

Dialogo sonoro – la relazione e la tecnica
Come detto, i primi sei mesi sono stati dedicati esclusivamente al massaggio sonoro con il pianoforte attraverso la tecnica dell’improvvisazione terapeutica. In questo periodo, di grande importanza sono stati i momenti di preparazione e di chiusura dell’intervento, durante i quali si è posta molta attenzione alla comunicazione con Francesca. Osservazione, contatto visivo, contatto corporeo con le mani, accoglienza, empatia. Nessuna tecnica permette di sopperire a una mancanza sul piano della relazione, dell’essere realmente presente in quel preciso momento insieme alla persona che si è preso in carico. La cura ha inizio da qui, dall’essere vicini nel momento presente: respirare con attenzione accanto all’altro, osservare con apertura mentale e curiosità, attendere i tempi di risposta dell’altro, fare proposte con l’attenzione necessaria, stimolare con energia quando lo si ritiene adatto, e così via. 

Francesca esplora un bastone della pioggia fatto in casa

Da un punto di vista musicoterapico, è già questo l’avvio di un dialogo sonoro. Ogni relazione è un rapporto musicale, basato sui suoni della voce, sui ritmi del corpo (respiro, cuore, velocità di eloquio, ecc.), sul tono, sull’armonia di corpo e mente.
Le tecniche del massaggio sonoro o del dialogo sonoro, quindi, sono certamente importanti, ma non possono e non devono essere talmente importanti nella testa del musicoterapeuta, da far sparire tutto il resto. Ho commesso troppe volte questo errore negli anni di apprendistato di questa professione; e ho assistito troppe volte a situazioni nelle quali l’obiettivo del terapeuta e la sua tecnica erano così importanti da costringere il paziente ad adattarsi ai suoi bisogni, ribaltando così inconsapevolmente il processo alla base della presa in carico. In ogni percorso di cura, è un errore tanto comune quanto grave: il paziente, la sua individualità, i suoi bisogni spariscono dietro a un fattore ritenuto più importante, ovvero la propria tecnica, il proprio obiettivo. In fondo, non è altro che il solito problema della paura e del potere, per cui il terapeuta si nasconde dietro alla propria tecnica per la paura di incontrare davvero i bisogni e le risorse del paziente, e rischiare di trovarsi, chissà come, impreparato o inadeguato di fronte a esse. 

suonare insieme il bastone della pioggia. attendo, guido, mi lascio portare

Ma la vera risorsa, la vera possibilità di cura passa attraverso un incontro reale e non forzato con le persone che hanno bisogno di aiuto. Non sarà mai il paziente a doversi adattare a una tecnica, ma la tecnica a modularsi in funzione delle necessità del paziente.
Francesca non avrebbe mai perdonato nuove imposizioni e nuove fratture. La sua condizione già così dolorosa aveva bisogno di condivisione, di comprensione e di fiducia. Il massaggio sonoro, risorsa importantissima e ricchissima, è stato accolto e accettato grazie a un attento lavoro di preparazione e di chiusura della relazione terapeutica, favorito anche dalla presenza costante di un familiare che, in diverse occasioni, è stato per Francesca utile facilitatore e punto di riferimento. Lo stesso rispetto è stato alla base della conduzione dei dialoghi sonori.

Francesca decide di chiudere il dialogo sonoro con il bastone della pioggia


(fine quarta parte - continua)

martedì 17 luglio 2012

Musicoterapia e Alzheimer - Riflessioni (3)


Leggi la prima parte.
Leggi la seconda parte.

Improvvisazione terapeutica – quale musica
A discapito della sua apparente chiusura all’esterno, Francesca ha mostrato da subito una grande sensibilità rispetto alla stimolazione sonora: risposte chiare, immediate e significative verso le proposte sonore con il pianoforte. L’improvvisazione è stata quindi calibrata in modo attento, partendo dalla semplicità ritmica, armonica e melodica. Temi musicali familiari, ripetuti con variazioni graduali e poco complesse, reiterati, spesso accompagnati da vocalizzi caldi e rassicuranti. L’obiettivo, lo ricordo, era principalmente quello di accogliere, coccolare, confermare, nutrire. 

il volto rilassato, la bocca distesa, al termine di un massaggio sonoro con il pianoforte


Ciò non toglie che, per verificare anche la capacità di risposta di Francesca alle proposte sonore, non si sia voluto osare in più momenti: brusche variazioni ritmico-melodiche, cambi di intensità, ecc. hanno permesso di
riscontrare una chiara e salutare reattività di Francesca. In un'occasione, la sua reazione emotiva è stata tale da voler proprio scendere dal pianoforte, e interrompere così l’improvvisazione. Anche segnali di fastidio o rifiuto, in casi come questo, quando coerenti e contestualizzati, sono importanti e dimostrazione di vitalità. In generale, utilizzo precise increspature ritmico-armoniche, solitamente nella fase centrale del percorso di improvvisazione, con due obiettivi: verificare come tali variazioni vengono accolte dalla persona; attraverso l’interruzione repentina (ma preparata) del rispecchiamento, si favorisce la riduzione della capacità di autocontrollo (cosciente o inconscio) sulle proprie risposte psico-fisiche alla musica. Quest’ultimo tema, in particolare, merita un breve approfondimento.
Sia in condizioni normali che di malattia, a livello più o meno consapevole, la nostra mente agisce in modo costante nella direzione di tenere sotto controllo le reazioni personali alle diverse stimolazioni, nei diversi contesti di vita. Il controllo della mente, nell’illusione egoica e onnipotente della sua supremazia su tutto il resto, è spesso associato a una significativa riduzione dell’ascolto dei segnali inviati dal corpo (da qui, spesso, la nascita di manifestazioni psicosomatiche), e a una
strutturale incapacità di lasciarsi andare e di partecipare con pienezza alle esperienze che si stanno vivendo. Si riduce in questo modo la possibilità che si manifestino intuizioni impreviste e trasformative (i cosiddetti insight), che sono la base di reali opportunità di cambiamento.
Facendo esperienza con la pratica dell’improvvisazione terapeutica, ho sempre più verificato l’importanza di prevedere fasi di decisa rottura con quelle che possono essere strutture ritmico-armoniche più familiari e realizzare un vero percorso nel percorso di destrutturazione e decostruzione dei riferimenti per il paziente, agendo contemporaneamente sul piano razionale, emotivo e fisico. Inutile dire che tali rotture variano a seconda delle caratteristiche individuali delle persone, e della cultura musicale loro e del musicoterapeuta. 
Nel caso di Francesca, visto la delicatezza della sua sensibilità, tali provocazioni sonore non sono mai state particolarmente violente o destabilizzanti, ma calibrate con molta attenzione, sia per intensità che per durata. In ogni caso, hanno rappresentato momenti molto importanti nell’evoluzione del percorso terapeutico. Francesca ha spesso accolto questi momenti con chiare risposte emotive, a partire da profondi sospiri, dall’accelerazione del battito cardiaco, da un aumento del tremore degli arti inferiori e da una successiva maggiore distensione. 

il respiro regolare, privo di apnee, al termine di un massaggio sonoro al pianoforte. 
notare il profondo, liberatorio sospiro finale.


Allentato il controllo inconsapevole della mente, questa mente così fragile ma ancora così concentrata nel non lasciar andare nulla (uno dei paradossi più grandi della demenza), l’equilibrio psico-fisico di Francesca è aumentato, ritrovando maggiore unità, maggior benessere e, a quel punto, anche una rinnovata capacità di lasciarsi trasportare dal movimento delle onde sonore, in alcuni casi fino ad addormentarsi per brevi periodi. La parte conclusiva dell'improvvisazione terapeutica con Francesca è sempre stata orientata alla ricomposizione di un'unità che superi la frammentazione, sia sul piano ritmico che armonico.

(fine terza parte - continua)

venerdì 13 luglio 2012

Musicoterapia e Alzheimer - Riflessioni (2)


Leggi la prima parte.

Improvvisazione terapeutica – i segnali del corpo
Per circa sei mesi, con cadenza settimanale, Francesca è stata esclusivamente nutrita di vibrazioni sonore. 




Abbiamo deciso di partire dalla base, senza altre finalità specifiche se non una grande attenzione alla relazione e alla comunicazione non verbale, e all’immersione nell’improvvisazione sonora. Con qualche resistenza iniziale, progressivamente superata, Francesca si è distesa sulla cassa armonica del pianoforte e ha vissuto ripetute esperienze musicali, attraverso le improvvisazioni che realizzavo seguendo con attenzione le sue caratteristiche psico-fisiche. 
Il mio faro è stato (ed è sempre) il respiro. In diversi momenti dell’improvvisazione, la musica ricalca ritmicamente e tonicamente il respiro. Nei cambi di accordo, nella conduzione della melodia, nelle variazioni tematiche, il respiro con le sue irregolarità, increspature, sospensioni, mi ha sempre dato i segnali più importanti e di base da seguire. Stare con il respiro del paziente è anche il principio guida per lavorare sulla sua accoglienza, sulla conferma del suo modo di essere, sull’accettazione attraverso la tecnica del rispecchiamento sonoro. Inoltre, osservare improvvisi sbuffi, sospiri, sbadigli è un modo molto efficace per comprendere come stanno cambiando le tensioni psico-fisiche della persona durante il percorso di improvvisazione sonora. Infine, il respiro che si fa più lento, profondo e regolare verso il termine della seduta, è sempre un chiaro segnale di distensione, di maggior benessere. 



Un altro elemento significativo è il battito cardiaco, che in Francesca ho seguito osservandone il movimento all’altezza del collo. Le alterazioni del battito sono particolarmente significative per riconoscere improvvisi sommovimenti emotivi, così come per individuare cellule ritmiche utili all’improvvisazione perché ben più dinamiche di quelle del respiro, e altrettanto personali e caratteristiche.
Altri elementi di osservazione sono molto utili in casi come quelli di Francesca, dove la comunicazione spontanea verso l’esterno è quasi del tutto assente. È il caso della lacrimazione degli occhi, segnale di importanti cambiamenti dello stato emotivo; oppure delle vibrazioni muscolari dovuti alla stimolazione sonora e al rilassamento (per Francesca, è frequente la vibrazione dei piedi). 



O ancora, la postura complessiva, in particolare la direzione dello sguardo, l’apertura o chiusura delle palpebre, la posizione delle mani, la disposizione delle gambe (per Francesca, accavallare le gambe è un segnale di tranquillità, di sentirsi a proprio agio).  Insomma, lo sappiamo, il corpo parla anche quando non vuole o non può, ed è importante rintracciare questi messaggi con grande attenzione.
Durante l'improvvisazione terapeutica, è importante staccare il più possibile il controllo visivo delle mani sulla tastiera, per portare la propria attenzione sul paziente disteso sulla cassa armonica. Fa parte della preparazione, è un esercizio che consiglio a tutti di fare più e più volte. Senza dimenticare di lasciare andare, noi per primi, le nostre tensioni psico-fisiche, in modo da potersi dedicare pienamente all'osservazione e all'ascolto, e di poter accogliere, reinterpretare, rimodulare i segnali deboli che ci arrivano, per poterli poi trasformare intuitivamente e istantaneamente in musica. 

(fine seconda parte - continua)

Son Felice - Una Canzone di Elisabetta

Conosco Elisabetta da un paio di anni.   Affetta da decadimento cognitivo, lavoriamo con la musica per esplorare risorse inaspettate, per ...