mercoledì 18 luglio 2012

Musicoterapia e Alzheimer - Riflessioni (4)


Leggi la prima parte.
Leggi la seconda parte.
Leggi la terza parte.

Dialogo sonoro – la relazione e la tecnica
Come detto, i primi sei mesi sono stati dedicati esclusivamente al massaggio sonoro con il pianoforte attraverso la tecnica dell’improvvisazione terapeutica. In questo periodo, di grande importanza sono stati i momenti di preparazione e di chiusura dell’intervento, durante i quali si è posta molta attenzione alla comunicazione con Francesca. Osservazione, contatto visivo, contatto corporeo con le mani, accoglienza, empatia. Nessuna tecnica permette di sopperire a una mancanza sul piano della relazione, dell’essere realmente presente in quel preciso momento insieme alla persona che si è preso in carico. La cura ha inizio da qui, dall’essere vicini nel momento presente: respirare con attenzione accanto all’altro, osservare con apertura mentale e curiosità, attendere i tempi di risposta dell’altro, fare proposte con l’attenzione necessaria, stimolare con energia quando lo si ritiene adatto, e così via. 

Francesca esplora un bastone della pioggia fatto in casa

Da un punto di vista musicoterapico, è già questo l’avvio di un dialogo sonoro. Ogni relazione è un rapporto musicale, basato sui suoni della voce, sui ritmi del corpo (respiro, cuore, velocità di eloquio, ecc.), sul tono, sull’armonia di corpo e mente.
Le tecniche del massaggio sonoro o del dialogo sonoro, quindi, sono certamente importanti, ma non possono e non devono essere talmente importanti nella testa del musicoterapeuta, da far sparire tutto il resto. Ho commesso troppe volte questo errore negli anni di apprendistato di questa professione; e ho assistito troppe volte a situazioni nelle quali l’obiettivo del terapeuta e la sua tecnica erano così importanti da costringere il paziente ad adattarsi ai suoi bisogni, ribaltando così inconsapevolmente il processo alla base della presa in carico. In ogni percorso di cura, è un errore tanto comune quanto grave: il paziente, la sua individualità, i suoi bisogni spariscono dietro a un fattore ritenuto più importante, ovvero la propria tecnica, il proprio obiettivo. In fondo, non è altro che il solito problema della paura e del potere, per cui il terapeuta si nasconde dietro alla propria tecnica per la paura di incontrare davvero i bisogni e le risorse del paziente, e rischiare di trovarsi, chissà come, impreparato o inadeguato di fronte a esse. 

suonare insieme il bastone della pioggia. attendo, guido, mi lascio portare

Ma la vera risorsa, la vera possibilità di cura passa attraverso un incontro reale e non forzato con le persone che hanno bisogno di aiuto. Non sarà mai il paziente a doversi adattare a una tecnica, ma la tecnica a modularsi in funzione delle necessità del paziente.
Francesca non avrebbe mai perdonato nuove imposizioni e nuove fratture. La sua condizione già così dolorosa aveva bisogno di condivisione, di comprensione e di fiducia. Il massaggio sonoro, risorsa importantissima e ricchissima, è stato accolto e accettato grazie a un attento lavoro di preparazione e di chiusura della relazione terapeutica, favorito anche dalla presenza costante di un familiare che, in diverse occasioni, è stato per Francesca utile facilitatore e punto di riferimento. Lo stesso rispetto è stato alla base della conduzione dei dialoghi sonori.

Francesca decide di chiudere il dialogo sonoro con il bastone della pioggia


(fine quarta parte - continua)

martedì 17 luglio 2012

Musicoterapia e Alzheimer - Riflessioni (3)


Leggi la prima parte.
Leggi la seconda parte.

Improvvisazione terapeutica – quale musica
A discapito della sua apparente chiusura all’esterno, Francesca ha mostrato da subito una grande sensibilità rispetto alla stimolazione sonora: risposte chiare, immediate e significative verso le proposte sonore con il pianoforte. L’improvvisazione è stata quindi calibrata in modo attento, partendo dalla semplicità ritmica, armonica e melodica. Temi musicali familiari, ripetuti con variazioni graduali e poco complesse, reiterati, spesso accompagnati da vocalizzi caldi e rassicuranti. L’obiettivo, lo ricordo, era principalmente quello di accogliere, coccolare, confermare, nutrire. 

il volto rilassato, la bocca distesa, al termine di un massaggio sonoro con il pianoforte


Ciò non toglie che, per verificare anche la capacità di risposta di Francesca alle proposte sonore, non si sia voluto osare in più momenti: brusche variazioni ritmico-melodiche, cambi di intensità, ecc. hanno permesso di
riscontrare una chiara e salutare reattività di Francesca. In un'occasione, la sua reazione emotiva è stata tale da voler proprio scendere dal pianoforte, e interrompere così l’improvvisazione. Anche segnali di fastidio o rifiuto, in casi come questo, quando coerenti e contestualizzati, sono importanti e dimostrazione di vitalità. In generale, utilizzo precise increspature ritmico-armoniche, solitamente nella fase centrale del percorso di improvvisazione, con due obiettivi: verificare come tali variazioni vengono accolte dalla persona; attraverso l’interruzione repentina (ma preparata) del rispecchiamento, si favorisce la riduzione della capacità di autocontrollo (cosciente o inconscio) sulle proprie risposte psico-fisiche alla musica. Quest’ultimo tema, in particolare, merita un breve approfondimento.
Sia in condizioni normali che di malattia, a livello più o meno consapevole, la nostra mente agisce in modo costante nella direzione di tenere sotto controllo le reazioni personali alle diverse stimolazioni, nei diversi contesti di vita. Il controllo della mente, nell’illusione egoica e onnipotente della sua supremazia su tutto il resto, è spesso associato a una significativa riduzione dell’ascolto dei segnali inviati dal corpo (da qui, spesso, la nascita di manifestazioni psicosomatiche), e a una
strutturale incapacità di lasciarsi andare e di partecipare con pienezza alle esperienze che si stanno vivendo. Si riduce in questo modo la possibilità che si manifestino intuizioni impreviste e trasformative (i cosiddetti insight), che sono la base di reali opportunità di cambiamento.
Facendo esperienza con la pratica dell’improvvisazione terapeutica, ho sempre più verificato l’importanza di prevedere fasi di decisa rottura con quelle che possono essere strutture ritmico-armoniche più familiari e realizzare un vero percorso nel percorso di destrutturazione e decostruzione dei riferimenti per il paziente, agendo contemporaneamente sul piano razionale, emotivo e fisico. Inutile dire che tali rotture variano a seconda delle caratteristiche individuali delle persone, e della cultura musicale loro e del musicoterapeuta. 
Nel caso di Francesca, visto la delicatezza della sua sensibilità, tali provocazioni sonore non sono mai state particolarmente violente o destabilizzanti, ma calibrate con molta attenzione, sia per intensità che per durata. In ogni caso, hanno rappresentato momenti molto importanti nell’evoluzione del percorso terapeutico. Francesca ha spesso accolto questi momenti con chiare risposte emotive, a partire da profondi sospiri, dall’accelerazione del battito cardiaco, da un aumento del tremore degli arti inferiori e da una successiva maggiore distensione. 

il respiro regolare, privo di apnee, al termine di un massaggio sonoro al pianoforte. 
notare il profondo, liberatorio sospiro finale.


Allentato il controllo inconsapevole della mente, questa mente così fragile ma ancora così concentrata nel non lasciar andare nulla (uno dei paradossi più grandi della demenza), l’equilibrio psico-fisico di Francesca è aumentato, ritrovando maggiore unità, maggior benessere e, a quel punto, anche una rinnovata capacità di lasciarsi trasportare dal movimento delle onde sonore, in alcuni casi fino ad addormentarsi per brevi periodi. La parte conclusiva dell'improvvisazione terapeutica con Francesca è sempre stata orientata alla ricomposizione di un'unità che superi la frammentazione, sia sul piano ritmico che armonico.

(fine terza parte - continua)

venerdì 13 luglio 2012

Musicoterapia e Alzheimer - Riflessioni (2)


Leggi la prima parte.

Improvvisazione terapeutica – i segnali del corpo
Per circa sei mesi, con cadenza settimanale, Francesca è stata esclusivamente nutrita di vibrazioni sonore. 




Abbiamo deciso di partire dalla base, senza altre finalità specifiche se non una grande attenzione alla relazione e alla comunicazione non verbale, e all’immersione nell’improvvisazione sonora. Con qualche resistenza iniziale, progressivamente superata, Francesca si è distesa sulla cassa armonica del pianoforte e ha vissuto ripetute esperienze musicali, attraverso le improvvisazioni che realizzavo seguendo con attenzione le sue caratteristiche psico-fisiche. 
Il mio faro è stato (ed è sempre) il respiro. In diversi momenti dell’improvvisazione, la musica ricalca ritmicamente e tonicamente il respiro. Nei cambi di accordo, nella conduzione della melodia, nelle variazioni tematiche, il respiro con le sue irregolarità, increspature, sospensioni, mi ha sempre dato i segnali più importanti e di base da seguire. Stare con il respiro del paziente è anche il principio guida per lavorare sulla sua accoglienza, sulla conferma del suo modo di essere, sull’accettazione attraverso la tecnica del rispecchiamento sonoro. Inoltre, osservare improvvisi sbuffi, sospiri, sbadigli è un modo molto efficace per comprendere come stanno cambiando le tensioni psico-fisiche della persona durante il percorso di improvvisazione sonora. Infine, il respiro che si fa più lento, profondo e regolare verso il termine della seduta, è sempre un chiaro segnale di distensione, di maggior benessere. 



Un altro elemento significativo è il battito cardiaco, che in Francesca ho seguito osservandone il movimento all’altezza del collo. Le alterazioni del battito sono particolarmente significative per riconoscere improvvisi sommovimenti emotivi, così come per individuare cellule ritmiche utili all’improvvisazione perché ben più dinamiche di quelle del respiro, e altrettanto personali e caratteristiche.
Altri elementi di osservazione sono molto utili in casi come quelli di Francesca, dove la comunicazione spontanea verso l’esterno è quasi del tutto assente. È il caso della lacrimazione degli occhi, segnale di importanti cambiamenti dello stato emotivo; oppure delle vibrazioni muscolari dovuti alla stimolazione sonora e al rilassamento (per Francesca, è frequente la vibrazione dei piedi). 



O ancora, la postura complessiva, in particolare la direzione dello sguardo, l’apertura o chiusura delle palpebre, la posizione delle mani, la disposizione delle gambe (per Francesca, accavallare le gambe è un segnale di tranquillità, di sentirsi a proprio agio).  Insomma, lo sappiamo, il corpo parla anche quando non vuole o non può, ed è importante rintracciare questi messaggi con grande attenzione.
Durante l'improvvisazione terapeutica, è importante staccare il più possibile il controllo visivo delle mani sulla tastiera, per portare la propria attenzione sul paziente disteso sulla cassa armonica. Fa parte della preparazione, è un esercizio che consiglio a tutti di fare più e più volte. Senza dimenticare di lasciare andare, noi per primi, le nostre tensioni psico-fisiche, in modo da potersi dedicare pienamente all'osservazione e all'ascolto, e di poter accogliere, reinterpretare, rimodulare i segnali deboli che ci arrivano, per poterli poi trasformare intuitivamente e istantaneamente in musica. 

(fine seconda parte - continua)

Musicoterapia e Alzheimer - Riflessioni (1)


Inizio oggi la pubblicazione di una serie di articoli di approfondimento sul lavoro di musicoterapia che sto realizzando in ambito Alzheimer. Le riflessioni su improvvisazione terapeutica al pianoforte, dialogo sonoro, terapia individuale e approccio olistico, seguiranno il filo rosso del percorso terapeutico che sto svolgendo con una paziente che, in questa sede, chiameremo Francesca (nome di fantasia). Di seguito la prima parte.

Musicoterapia individuale in casa di riposo
Mi piacerebbe farti conoscere Francesca.
Eccola qui.



Francesca rientra nel grande e variegato gruppo delle persone affette dalla cosiddetta malattia di Alzheimer. L’ho incontrata per la prima volta un anno e mezzo fa, perché tra i primi pazienti che ho preso in carico all’interno del progetto sperimentale di musicoterapia che sto sviluppando con l’Associazione Ricerca Alzheimer di Lissone presso l’R.S.A. Agostoni di Lissone. 



Il progetto è speciale, per almeno due ragioni: perché lavoro individualmentecon ogni paziente per un’ora a settimana; perché stiamo utilizzando in forma sperimentale la tecnica di improvvisazione terapeutica al pianoforte.
Confrontandomi con altri specialisti nel settore (sia musicoterapeuti che danza-movimentoterapisti) ho potuto constatare che le attività di questo tipo sono quasi sempre pensate per interventi di gruppo. L’esigenza di ottimizzare il più possibile i costi è uno dei criteri principali alla base di tale scelta. Ma credo esista anche un aspetto importante di progettualità, secondo la quale l’intervento di musicoterapia è concepito soprattutto come intervento di integrazione/animazione/intrattenimento, intendendo ciascuno di questi termini con il valore più alto possibile. È indubbio, infatti, riconoscere in questi obiettivi alcuni dei bisogni primari più importanti e delicati per persone affette da demenza: in una quotidianità fatta di disperata dispersione di sé, di isolamento, di sconforto, il lavoro nella dimensione di gruppo ha grande valore.
A mio avviso, tuttavia, manca una ricerca che si ponga anche altre finalità.
La scommessa alla base del progetto sperimentale pensato insieme ad Aral è quella di effettuare un lavoro di sostegno terapeutica con il singolo paziente, che ponga maggiore attenzione alle caratteristiche, ai bisogni, alle risorse residuali specifiche di ogni persona. Sapendo che abbiamo a che fare con una patologia degenerativa che conduce inevitabilmente alla morte, abbiamo tuttavia l’opportunità, nella dimensione dell’intervento individuale, di stimolare la persona in modo più personalizzato, e di lavorare con un approccio olistico che cerchi di ri-armonizzare, per quanto possibile, le difficoltà organico/cerebrali con quelle psicologiche e, perché no, spirituali dei pazienti.
Da questo punto di vista, la nostra Francesca è una persona con bisogni, aspettative di vita, modalità relazionali, percorsi umani propri, difficili da catalogare e generalizzare. L’osservazione all’interno di quella che chiamo la stanza dei suoni, ovvero il luogo attrezzato di pianoforte a coda in cui realizzo gli interventi di musicoterapia, permette di svelare aspetti di Francesca che è più difficile conoscere all’interno del reparto. Nella sua quotidianità Francesca appare infatti quasi completamente chiusa all’esterno: non parla, osserva poco gli altri, deambula avanti e indietro per i corridoi del nucleo protetto, non partecipa ad attività di gruppo, non manifesta iniziative personali su nulla. Sul piano fisico, Francesca è sempre tesa, stretta nelle spalle, bocca serrata, respiro piccolo, irregolare, sottile, a volte si storta sul fianco destro, il passo è lento ma costante.



Nella stanza dei suoni, nel corso dell’anno e mezzo di lavoro, Francesca ha mostrato altri lati di sé. Oltre l’apparente povertà di capacità residue e la chiusura, sono emerse una spiccata attenzione per i suoni, del pianoforte ma anche dei flauti e del tamburo; una diversa capacità di interagire con l’interlocutore (contatto degli occhi, azioni personali coerenti con specifiche richieste); la possibilità di ridurre la grande tensione che caratterizza la sua armatura psico-somatica. Sul piano emotivo, l’apparente apatia legata a due facce con la ferma impossibilità di lasciarsi andare,  ha dato spazio al piacere di essere immersa nella vibrazione dei suoni, alla rabbia per la propria condizione di dolore e di confusione, alla commozione per alcune esperienze sonore e relazionali particolarmente coinvolgenti. E poi, gradualemente, la possibilità di comunicare con il mondo esterno e, improvvisamente, il ritorno della parola. Di questi temi, parlerò nei prossimi giorni.

(fine prima parte - continua)

lunedì 5 dicembre 2011

Spettacolo Faber, per sostenere l'Aral (Lissone)

Come ho già raccontato, sto collaborando da circa un anno con l’Associazione Ricerca Alzheimer di Lissone (Aral) a un progetto sperimentale di musicoterapia olistica presso l’RSA Agostoni di Lissone.

Il progetto sta portando risultati importanti, per quanto il numero di ore settimanali siano piuttosto ridotte, al momento.
Le caratteristiche principali del progetto sono:
- terapie individuali con specifici pazienti, realizzate continuativamente per diversi mesi;
- momenti di improvvisazione e dialogo sonoro in reparto, nel gruppo, con la doppia finalità di coinvolgere tutti i pazienti del nucleo di Alzheimer e di lavorare con il singolo all’interno del contesto di vita principale, con i suoi compagni quotidiani.
- approccio olistico alla persona, che si prenda cura del corpo come della mente, della sua vitalità energetica e del suo fragile ma ancora vivissimo equilibrio emotivo;
- utilizzo del massaggio sonoro con il pianoforte, una tecnica preziosa e piuttosto rara in questi ambiti di lavoro;
- attenzione estrema ai tempi, ai bisogni e alle manifestazioni spontanee dei pazienti, attraverso esperienze di dialogo sonoro e di improvvisazione libera;

I risultati fin qui registrati sono tutti confortanti e difficilmente riassumibili in questa sede, in quanto molto personali e riferiti alle specificità di ogni paziente. In estrema sintesi, stiamo riscontrando:
- maggiore vitalità;
- apertura verso un diverso modo di esprimersi e di incontrarsi (in particolare laddove la parola è compromessa);
- rilassamento del corpo e delle tensioni psicofisiche determinate dalla malattia direttamente (causa degenerazione organica) e indirettamente (paura, ansia per perdita di controllo, ecc.);
- emergere ed espressione di nuclei emotivi molto forti e importanti (sia positivi che negativi, spesso ambivalenti e conflittuali);
- sostegno alle capacità cognitive residue.

Le caratteristiche principali dell’Aral sono la sua indipendenza e la sua vocazione alla ricerca, alla sperimentazione. Aspetti che è possibile perseguire grazie all’autonomia che deriva anche dal fatto che vive su finanziamenti volontari attraverso donazioni.

Per l’anno 2012 c’è l’obiettivo di raddoppiare le ore di intervento della musicoterapia e di altri progetti sperimentali (di cui ricordo un progetto unico in Europa che prevede l’utilizzo della tecnica Feuerstein sul potenziamento cognitivo). Siamo quindi impegnati nella raccolta fondi. È con questo impegno che abbiamo organizzato una nuova edizione dello spettacolo di musica e parole su Fabrizio De Andrè, Faber: non ho una faccia adatta alle mie canzoni.

Lo spettacolo sarà realizzato presso la Pasticceria Dolci, in viale Riva 45, a Lissone (di fronte all’ingresso della RSA, in zona Ospedale), sabato 17 dicembre a partire dalle ore 18.
Siete tutti invitati a partecipare e a sostenere l’Aral.

Di seguito presentazione dello spettacolo e locandina.
 
FABER - Non ho una faccia adatta alle mie canzoni
Pensieri, parole e musiche di Fabrizio De André

con
Gaetano Ievolella (voce narrante)
Guglielmo Nigro (voce, piano, djambé, fisarmonica)
Stefano Chiodini (sax soprano, flauto traverso)

Oltre il De André noto al mondo c'era un autore scomodo, schivo, solitario e anarchico. Uno che non amava esibirsi in pubblico perché diceva di non avere una faccia adatta alle sue canzoni. Frugando fra le sue carte e rileggendo appunti e interviste ne abbiamo ricostruito la poetica. Volendo restituire il mito a una dimensione umana, abbiamo indagato il suo rapporto con la religione, l’amore, l’amicizia e con la vita e la morte. Abbiamo ripreso le sue canzoni riducendole al cuore nudo di testo e melodia, lasciando emergere la potenza del canto e la chiarezza delle parole per quello che sono: il grido di un uomo che, per la vita, ha cercato il proprio riscatto nel dare con le sue canzoni a ogni uomo la dignità perduta. Nei tratti, abbiamo cercato di ricostruire il volto meno noto di Faber, quello più intimo. Immuni alle accuse di presunzione, ché le fotografie rendono un unico punto di vista, speriamo solo che lui ci perdoni la nostra poca discrezione.


lunedì 3 ottobre 2011

Associazione Ricerca Alzheimer Lissone, una sintesi

Un articolo del Giorno riassume efficacemente il lavoro svolto dall'Aral di Lissone presso l'R.S.A. Agostoni, con le quali sono felice di collaborare per un progetto sperimentale di musicoterapia (ne parlo qui).
Riporto l'articolo qui sotto.

lunedì 26 settembre 2011

Armonia e vita, appunti sull'Alzheimer

Lunedì 3 ottobre 2011, nell'ambito del Quinto Convegno di Telemedicina, Domotica e Tele Assistenza Domiciliare, che si terrà a Desio, presso la Casa di Riposo Gavazzi, in Via Canonico Villa 6, avrò l'opportunità di presentare il lavoro di musicoterapia che sto realizzando presso la Casa di Riposo Agostoni di Lissone, in collaborazione con l'Associazione Aral Onlus.
Ho preparato una presentazione sintetica ma credo piuttosto densa. La riporto qui sotto. Appena ho tempo, inserirò anche i filmati ai quali faccio riferimento, commentandoli e contestualizzandoli.
Naturalmente l'invito a partecipare al convegno è rivolto a tutti.









Son Felice - Una Canzone di Elisabetta

Conosco Elisabetta da un paio di anni.   Affetta da decadimento cognitivo, lavoriamo con la musica per esplorare risorse inaspettate, per ...