venerdì 29 aprile 2016
martedì 12 aprile 2016
Inaugurazione Alzheimer Café 2016 - Cinisello Balsamo
Ho il piacere di partecipare a un piccolo convengo di presentazione del nuovo anno dell'Alzheimer Café di Cinisello Balsamo.
Parlerò dell'uso della Musicoterapia nella relazione d'aiuto con i malati di Alzheimer. Porterò audio, video e qualche riflessione da condividere.
Tutte le informazioni su orario e luogo, nel volantino qui sotto.
Ecco la lista degli interventi:
- Assessore Gianfranca Duca
- Dott.ssa Cristiana Bonfanti - Le Residenze Del Sole
“ Alzheimer cafè e la relazione di Auto Mutuo Aiuto tra caregiver”
- Dott.Enea Paglia - Cooperativa Il Torpedone
“Il Ruolo delle emozioni nella cura del malato di Alzheimer “
- Dott. Vincenzo Genna - Cooperativa Italenferm
- Dott. Guglielmo Nigro - Associazione ARAL
“La Musicoterapia come relazione d’aiuto con i malati di Alzheimer “
Parlerò dell'uso della Musicoterapia nella relazione d'aiuto con i malati di Alzheimer. Porterò audio, video e qualche riflessione da condividere.
Tutte le informazioni su orario e luogo, nel volantino qui sotto.
Ecco la lista degli interventi:
- Assessore Gianfranca Duca
- Dott.ssa Cristiana Bonfanti - Le Residenze Del Sole
“ Alzheimer cafè e la relazione di Auto Mutuo Aiuto tra caregiver”
- Dott.Enea Paglia - Cooperativa Il Torpedone
“Il Ruolo delle emozioni nella cura del malato di Alzheimer “
- Dott. Vincenzo Genna - Cooperativa Italenferm
- Dott. Guglielmo Nigro - Associazione ARAL
“La Musicoterapia come relazione d’aiuto con i malati di Alzheimer “
mercoledì 24 febbraio 2016
Un luogo di transizione; un centro transizionale
La stanza dei suoni è un luogo di transizione, e un centro transizionale, fatto di contenuti simboli sonori, di spazio tridimensionale, di oggetti fisici concreti, di movimento e di tempo (ritmo, respiro, pause, esperienze, eventi puntuali, ...).
Definisco "Stanza dei suoni" il setting in cui avvengono le sedute di musicoterapia. Essa è spesso una stanza vera e propria. A volte è uno spazio aperto, delimitato arbitrariamente dal terapeuta. La prima avventura che coinvolge questo spazio fisico e simbolico è la fiducia di entrarvi e di rimanervi dentro.
Nel caso di Erica, di cui abbiamo già parlato, la sua deambulazione le rende molto difficile rimanere all'interno di un contesto delimitato. Inoltre, la sua reattività alle emozioni e alle sensazioni che la portano a uscire dal suo "guscio chiuso", amplificano la sua difficoltà a stare... a sentire, a muoversi, a esplorare lo spazio delimitato dal terapeuta.
La nostra stanza dei suoni è un salone diviso in due parti da un armadio voluminoso, che ritaglia una parte più piccola e accogliente, dove è posizionato il pianoforte. In questa porzione è presente la porta di ingresso. Una volta entrati, maschero l'uscita posizionando davanti una poltrona e nascondendo la serratura sotto a una coperta. Sopra alla poltrona ho posizionato un tamburo sonoro. Nel caso di Erica, ho distribuito per la stanza dei suoni diversi strumenti musicali, in modo da offrirle oggetti sonori da osservare ed esplorare durante le sue deambulazioni. Il tamburo sonoro sopra alla poltrona è uno di essi.
Erica ricorda la porta d'ingresso. Ne riconosce la posizione e la funzione. Per i primi incontri, la sua difficoltà a stare nel setting si è manifestato attraverso una costante esplorazione del luogo porta e, per necessità, del luogo poltrona. Dopo circa un mese di lavoro, condotto nelle modalità del wondering musicale già descritto, la poltrona è diventata oggetto centrale di orientamento e di lavoro.
Erica ha iniziato a spostare la poltrona per la stanza dei suoni, esercitando con grande impegno la sua forza. In un movimento progressivo che ricordava la danza, ella si è avvicinata, ha guardato, ha cercato, ha soppesato, ha mosso, ha spinto... fino a condurre la poltrona accanto al pianoforte, posizionato sul lato opposto della stanza.
Ogni suo contatto con la poltrona è stato evidenziato dalla mia improvvisazione al pianoforte, attraverso un accordo di dominante (con scala ottotonica) sulla nota a distanza di un tritono dalla tonica. La tensione sonora e il mistero che la sonorità ha portato è sembrata particolarmente efficace ad accompagnare questo processo di riconoscimento e trasformazione simbolica della poltrona.
Il primo esito interessante è stato che la ricerca intorno alla poltrona ha progressivamente e velocemente spostato l'attenzione di Erica dalla volontà di aprire la porta e uscire all'incontrare quel che era presente nella stanza dei suoni. L'accompagnamento musicale è in questo senso cruciale, per le seguenti ragioni:
- è strumento di mediazione relazionale tra Erica e il terapeuta;
- offre contenuto di senso simbolico all'esplorazione in atto;
- si modifica e trasforma in sintonia con le trasformazioni concrete ed emozionali che Erica sta realizzando;
- accoglie, nel suo processo di rispecchiamento sonoro creativo, misterioso e mai meccanico e scontato, le fatiche e le ricerche dell'ospite.
Quando la poltrona è diventata più importante della fuga dalla porta, un passo importante è stato fatto.
Confermato dal secondo esito. Quando Erica ha spostato la poltrona ha di fatto liberato la porta, che è diventata così completamente visibile e accessibile. Ma a quel punto, il processo di esplorazione e l'interesse in esso contenuto era talmente avanzato, che per l'ospite uscire dalla porta non era più in alcun modo una priorità.
Per queste ragioni, la poltrona e il suo contenuto sono diventati essi stessi all'interno del setting un luogo di transizione (il passaggio dall'esterno all'interno del setting; dalla fuga al rimanere; ecc.) e un oggetto transizionale. Esso infatti è stato integrato emotivamente nel mondo interno dell'ospite, ed è diventato un appoggio, un'ancora del suo stare all'interno della stanza dei suoni. Un luogo dove è possibile, alla fine, sostare e riposare.
La conferma definitiva della perdita di valore della porta e della fuga attraverso di essa, avviene nella successiva seduta, quando al termine dell'incontro ho aperto la porta per uscire dalla stanza dei suoni. Erica ha evidentemente mostrato il suo totale disinteresse a uscire, come mostra la sequenza qui sotto, che ho ovviamente nominato "la sequenza della porta aperta".
I precedenti articoli su Erica: parte 1, parte 2
mercoledì 10 febbraio 2016
Una canzone rap sulla città - Percorso di musicoterapia nell'ambito dell'invecchiamento precoce (1)
PREMESSA
Sto lavorando da qualche mese con un uomo di circa sessant'anni, che chiameremo Carlo, in un percorso individuale di musicoterapia. Attualmente gli è stata diagnosticata una demenza degenerativa, con sintomatologia evidente sotto diversi aspetti: motori, comunicativi, cognitivi.
Carlo è un signore robusto, aperto ma pigro, una volta docente di lettere in un liceo. Costretto a un pensionamento anticipato per colpa della malattia, nel tempo ha ridotto sempre più il proprio campo di azione e i propri interessi.
Oggi è ancora in grado di sostenere un discorso, ma con difficoltà, sia a livello di elaborazione dei pensieri, che di ricordo di quanto gli viene detto. Ha importanti problemi di coordinamento spazio-temporale, la manualità fine si è decisamente ridotta (non è in grado di aprire la custodia di una chitarra, non è quasi più in grado di scrivere con una penna), la sua indole già stanziale lo ha portato a ridurre sempre più le sue attività al di fuori di casa.
Ha una moglie e una figlia attente, che gli stanno vicino e lo sostengono per quello che è loro possibile.
Carlo ha fatto musica. Ha fatto teatro. Ha scritto opere teatrali, e ha naturalmente un'ampia cultura letteraria. Leggeva molto. Oggi quasi più. Suonava la chitarra e un paio di strumenti a fiato. Oggi riesce ancora a mettere giù alcuni accordi base alla chitarra, ma a volte qualcosa "sposta" tutte le corde, "incasina tutto", come dice lui.
Nei mesi in cui abbiamo iniziato un percorso di musicoterapia insieme, ho cercato intanto di stimolare lui e la famiglia ad essere più in relazione con il mondo esterno. Carlo ha accettato così di buon grado di accompagnarmi in alcuni laboratori che realizzo presso un centro diurno disabili della sua zona.
Inoltre, ho valorizzato le sue conoscenze letterarie e musicali/artistiche, attraverso incontri settimanali dove ascoltiamo musica, rielaboriamo esperienze sonore, suoniamo insieme. Tale percorso è molto motivante per Carlo. Diventa punto di riferimento per la settimana, momento di gioco e benessere, vertice che richiede, spesso, ricerca e produzione (di brani che si amano, di idee, di esperienze come una passeggiata nel parco, ecc.).
Quello di cui voglio parlarti nei prossimi giorni, è in particolare un percorso di creazione di una canzone rap sul tema della Città, che stiamo condividendo nell'ultimo mese. Credo sia interessante per riflettere su diverse tecniche di musicoterapia, e per descrivere una delle possibili strade che il lavoro nell'ambito dell'invecchiamento precoce e della demenza ci offre.
Racconterò di come siamo arrivati alla canzone rap sulla città partendo dalla poesia Il 5 maggio di Alessandro Manzoni, di come abbiamo integrato il lavoro sul ritmo e sul testo, di come abbiamo costruito una mappa cognitiva della città, di come abbiamo scritto, inventato, suonato e cantato, e di come è possibile cercare un approccio integrato e multi-sensoriale all'invecchiamento cognitivo.
Attraverso questo lavoro, in estrema sintesi, è possibile perseguire insieme i seguenti obiettivi: mantenimento semantico, dialogo sui contenuti, espressione del mondo interno, recupero di ricordi legati alla precedente attività lavorativa, organizzazione spazio-temporale attraverso il ritmo e il canto, memorizzazione di testi complessi attraverso procedimenti poetici (rima, metrica, suoni delle parole, ecc.).
CONTINUA
lunedì 21 dicembre 2015
I passi indietro che confermano i risultati
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| Erica al pianoforte, un'apertura importante alle vibrazioni e alle emozioni |
Come sempre accade nell'ambito delle terapie non farmacologiche, le conferme in merito ai risultati ottenuti si manifestano giorno per giorno e, spesso, in modi non convenzionali, o che quantomeno contrastano con le nostre aspettative.
APPROFONDIMENTO SUL WONDERING
Quando abbiamo parlato di Erica nel precedente articolo, ho sottolineato la sua difficoltà a fermare la deambulazione compulsiva e a concentrarsi in attività più evolute. È interessante approfondire questo aspetto, per comprenderne meglio le caratteristiche e il significato bio-psico-spirituale.
Il wondering su un piano simbolicoappare un continuo vagare alla ricerca di qualcosa che non si conosce. Neppure si comprende. Manifesta su un piano fisico un'inquietudine profonda e inarrestabile. Spesso, questo bisogno è accompagnato da una quasi completa chiusura relazionale. Quando ciò avviene, la rappresentazione esistenziale è ancora più esplicita: il rimuginare interiore, che viene compromesso dalla malattia, si sposta dal dentro al fuori, e alla perdita di controllo dei pensieri risponde il movimento corporeo. Le gambe in continuo movimento sono così lo spostamento psicopatologico del movimento incontrollato del pensiero.È probabile che chi come Erica manifesta una grande rigidità del corpo, dell'espressione del viso e della postura, fosse in passato una persona forte, abituata a mantenere il controllo delle situazioni, a gestire con determinazione e rigidità, appunto, i diversi aspetti della propria vita. Per questo tipo di persone, la “perdita della mente” rappresenta una delle esperienze più terrificanti che si possa immaginare. Possiamo pensare a quali movimenti inconsci avvengano dentro a Erica, dal momento in cui inizia a comprendere di non potersi più fidare di se stessa e di non poter più avere il controllo sulle cose.
Il ritiro avviene quindi necessariamente. Una chiusura rigida da tutto che sembra proteggere e permettere di gestire la rabbia, la paura e la fragilità. Ma il movimento vitale che si ritira internamente, deve in qualche modo manifestarsi. Ed ecco che si sviluppa il wondering.
All'insieme di queste dinamiche, che mi permetto di intuire sulla base della mia esperienza e di quello che ho potuto osservare negli anni di lavoro con diverse persone affette da demenza, se ne accompagna spesso un'altra che ne è naturale conseguenza: privarsi di qualunque possibilità di provare piacere e sperimentare la gioia.Erica, come molti altri nella sua situazione, non “vuole” più aprirsi alla sorpresa e alle emozioni intense, soprattutto se positive. Perché?
Le possibili risposte possono essere diverse e articolate. Possiamo ipotizzare che per Erica un certo tipo di coinvolgimento emotivo possa produrre due effetti:
- sentire l'energia interna che torna ad alzarsiattraverso emozioni forti può accentuare la percezione di perdere ulteriormente il controllo;
- il senso di colpa inconscio per la malattia e il dolore che si sta producendo dentro di sé e in chi le sta accanto può portare a non sentire il diritto di provare piacere per qualche cosa. A questi aspetti si collegano strettamente i percorsi di vita, gli atteggiamenti avuti e codificati per tutta la propria esistenza.
LE ACQUE, LA VIBRAZIONE SONORA E L'EMOZIONE
Tornando all'inizio della relazione, ho suggerito che una buona conferma che si sta percorrendo la strada giusta la si può trovare osservando “i passi indietro” che si fanno negli incontri successivi a quello che ha prodotto un risultato sorprendentemente positivo.
Ricordiamo che nell'ultima seduta Erica è rimasta a suonare al pianoforte per una ventina di minuti. Questo aspetto non è un effimero risultato fine a se stesso, che può in qualche modo glorificare l'ego del musicoterapeuta, ma è un vero passaggio ricco di significati emozionali, che credo sia importante esplicitare.
Dai primissimi incontri, i suoni hanno prodotto in Erica movimenti emozionali potenti. Ne è prova il fatto che più di una volta ella ha sentito un impellente bisogno di urinare. Tale necessità non è stata espressa serenamente, come una banale necessità giornaliera, bensì con un senso di angoscia molto forte. Quel movimento delle acque interne altro non è che il rimettersi in moto del mondo emozionale profondo a contatto con la vibrazione sonora, che Erica ha sentito intensamente e ha percepito, di nuovo, come rischio di perdere il controllo. L'ospite ha anche più volte espresso in modo chiaro la forte ambivalenza che prova in relazione alla musica e all'impegnarsi a suonare. Sedersi è già difficile. Ma sedersi per suonare il pianoforte o il tamburo armonico rappresenta una grande sfida emozionale.
Per questo motivo, dopo due mesi di lavoro, vedere che Erica si fida di rimanere nella stanza dei suoni, di fare le passeggiate musicali con piacere e di sedersi a esplorare il pianoforte per circa venti minuti ininterrotti, vuol dire prendere atto di un percorso di apertura e di espressione di sé molto significativo. Non sorprende quindi osservare nella seduta successiva che l'ospite non se la sia sentita di ripetere questa esperienza. Ma vediamo più da vicino cosa è accaduto nell'ultimo incontro, del 15 dicembre.
DUE PASSI AVANTI, UN PASSO INDIETRO?
Durante l'ultima seduta con Erica, sono almeno tre le evidenze che vorrei illustrare.
Intanto, la piacevolezza della passeggiata musicale mi viene confermata esplicitamente da Erica in ben tre momenti. Nel preciso istante in cui torna a “casa” con il suo carrellino che tocca il pianoforte e dall'accordo di dominante passo enfaticamente a quello di tonica, Erica ad alta voce mi comunica “che bello!”, con un sorriso accennato ma chiaro. Come descritto nel precedente articolo, e come questi episodi confermano, la passeggiata musicale non è un banale e vuoto vagare senza senso, bensì un luogo simbolico di incontro relazionale ed espressivo nel quale la musica funziona da mediatore, attraverso il rispecchiamento sonoro e una precisa costruzione armonica.
In secondo luogo, la passeggiata musicale si è ampliata. Erica ha cioè deciso di esplorare lo spazio anche in altre modalità, più creative rispetto alle precedenti. Questo fatto è stato da me evidenziato con l'improvvisazione musicale con alcuni arricchimenti armonici. In particolare, l'esplorazione dello spazio “di mezzo”, tra la porta e il pianoforte, è diventato armonicamente un passaggio a una scala diversa, distante una quinta eccedente dalla tonica di riferimento, ovvero un tritono di distanza. La forza musicale della relazione dei tritoni è nota, e non è mio interesse approfondirlo in questa sede. Serve però sottolineare che l'esplorazione che si amplia e diviene meno stereotipata è un chiaro segnale di presenza, di partecipazione emotiva al “gioco” che si sta facendo e rinforza le affermazioni di piacere espresse da Erica.
Infine, è accaduto che Erica non sia riuscita a suonareil pianoforte. Uso questa espressione in modo preciso. In diversi momenti durante l'incontro, dopo una mia proposta o per sua spontanea volontà, Erica si è avvicinata alla tastiera del pianoforte, ha suonato alcune note rimanendo in piedi, ha accennato a sedersi, ma non c'è “riuscita”. L'emozione sollecitata da questo avvicinamento e, a mio avviso, il ricordo inconscio della gioia provata nella seduta precedente, l'hanno bloccata e spaventata. Naturalmente, non ho insistito e ho accolto le sue difficoltà. Ho cercato di rassicurarla e di comunicarle di potersi permettere di sperimentare ancora quell'attività, ma di fronte alla sua ambivalenza così chiara, così piena di senso, mi sono fermato. Serve del tempo, per interiorizzare queste esperienze e continuare a cercare un modo diverso di aprirsi e tornare in un contatto positivo e funzionale con le proprie emozioni.
In conclusione, sia che si tratti di “passi avanti” (come la chiara comunicazione della bellezza delle passeggiate musicali) o di “passi indietro” (come l'incapacità di stare alla tastiera del pianoforte), i risultati emersi ci indicano che ci stiamo muovendo nella direzione giusta, nel tentativo di costruire un rapporto terapeutico efficace per aiutare Erica a ritrovare per quanto possibile fiducia in se stessa e tornare ad aprirsi maggiormente al mondo esterno.
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